giovedì 10 ottobre 2013

Perché sostengo Civati



SOTTOSCRIVO UNA BUONA PARTE DI QUELLO CHE SCRIVE PAOLO SERRA , SOPRATUTTO LA SCELTA FINALE 

Mi sono iscritto al PCI nel 1974, a trent’anni, sospinto dalla necessità di rinforzare l’onda d’urto dei grandi referendum sui diritti civili, divorzio ed aborto, recepiti con tanta fatica dal PCI stesso. Da quell’anno a tutt’oggi ho ininterrottamente rinnovato la tessera impegnandomi attivamente a livello di base sia come politico, che come amministratore, che come commentatore sull’Unità di Bologna.  Ho apprezzato e seguito le segreterie di Berlinguer, Natta ed Occhetto, anche quando hanno commesso errori come il referendum sulla scala mobile, perché ci sono cose che vanno fatte comunque anche se la sconfitta è certa, e quando sono arrivati in ritardo come con la svolta detta “della Bolognina” perché il coraggio va, comunque, premiato. Poi è cominciata una serie di episodi incresciosi o decisioni dirigenziali incomprensibili o, per me, errate, cause di disaccordi, gravi e meno gravi, ma sempre, in fine, sopportati.
  • Il mancato quorum alla elezione di Occhetto come primo segretario del PDS nel 1991.
  • L’acquiescenza alla ridicola interpretazione parlamentare della legge sulla ineleggibilità del 1957 che dichiara che la “mera proprietà” di una concessione pubblica non ne costituisca causa nel 1994.
  • La sparizione del termine Partito dalla nuova denominazione nel 1998.
  • L’acquiescenza all’illegale monopolio televisivo privato di Berlusconi culminata nella famosa dichiarazione “Mediaset, patrimonio della nazione” fatta da D’Alema Presidente del Consiglio nel 1998.
  • La mancata indizione di elezioni politiche anticipate dopo la caduta del governo Prodi I° sostituito da D’Alema grazie ad un accordo con Cossiga.
  • La fiducia concessa ad un conclamato imprenditore illegale come Berlusconi con la Bicamerale presieduta da D’Alema.
  • Il mancato accordo con l’IdV nel 2001 che permise la vittoria di Berlusconi.
  • L’assurda regola statutaria del PD della coincidenza della figura del segretario del partito con il candidato alle elezioni politiche in modo che se le perde avremo un segretario indebolito dalla sconfitta, preda dei vari capicorrente, se le vince avremo un immediato nuovo congresso con la elezione di un avversario del nostro presidente del consiglio in carica. Così la contendibilità, che dovrebbe migliorare l’offerta, diventa conflittualità permanente, dimenticando che la prima caratteristica che cercano gli elettori in un partito è l’affidabilità. Questo, inoltre, comporta la elezione del segretario di una organizzazione da parte di non membri della organizzazione stessa il ché, ovviamente, disincentiva dalla partecipazione politica i membri stessi.
  • La dichiarazione, quantomeno intempestiva, di Veltroni sulla “vocazione maggioritaria” che diede a Mastella l’occasione per togliere la fiducia al governo Prodi II°.
  • Le incoerenti dimissioni dello stesso Veltroni dopo il risultato a due facce  delle politiche del 2008 dimentico della lezione di Mitterand, che superò due gravi sconfitte prima di vedere trionfare le sue idee per ben due settennati.
  • La incerta partecipazione al referendum sull’acqua del 2011 nel quale i 24,5 milioni di sì hanno evidenziato un formidabile potenziale di elettori successivamente snobbati ed abbandonati all’astensionismo ed alle incursioni del movimento 5stelle.
  • L’eccessiva acquiescenza concessa alle politiche ed alla durata del governo Monti che ci ha fatti identificare come gli unici sostenitori dei tagli alle classi medio-basse mentre il PdL era l’alfiere delle intoccabili classi possidenti.
  • La gestione del risultato elettorale delle politiche di quest’anno dove si è evitato di constatare materialmente, con una votazione al Senato, la possibile esistenza di una maggioranza favorevole ad un governo Bersani pur dopo la positiva prova della elezione di Grasso con i voti di alcuni 5stelle.
  • La gestione delle candidature a Presidente della Repubblica,                                                                                                                                       -  con la presentazione di Marini senza nessuna consultazione degli alleati di lista di SeL e con un preaccordo con il PdL, malgrado il parere contrario di molti nostri deputati. Candidatura che per il metodo, non per la persona, ha procurato una enorme ondata di protesta in tutta la base,                                                                                                                                       - con il frettoloso ritiro immediato dopo la prima votazione della candidatura di Prodi ignorando inspiegabilmente o, colpevolmente, gli autorevoli precedenti di Pertini e di Scalfaro: 16 scrutini, per non voler andare a Saragat e Leone,                                                                                       - col diniego alla candidatura di Rodotà, deputato Indipendente di Sinistra per tre legislature, presidente del Consiglio Nazionale del PdS, Garante nazionale della Privacy e Presidente del Gruppo Europeo dei Garanti, solamente perché presentata dei 5stelle,                                                                                                 - con la mancata presa in considerazione di altre candidature eccellenti quali ad es. Onida, Zagrebelski, Carlassare ed altri.
  • L’ambiguità nella formazione del governo Letta, per alcuni a termine stretto per legge elettorale e legge di stabilità 2014, per altri a fine semestre di presidenza europea, per altri ancora, specie dopo il dietrofront di Berlusconi, di tutto mandato. Anche in questo caso il messaggio che arriva agli elettori è di confusione e inaffidabilità.
Ora si è aperta la stagione del III° congresso del PD gratificato dell’appellativo di “muro di gomma” da Barca dopo il viaggio di 5 mesi all’interno dei “circoli” mentre i dirigenti sono dallo stesso appellati “capobastone”, e da qui si capisce la ragione della sua mancata candidatura. Più gentilmente io li definirei dei “gattopardetti”  pronti a tutto pur di non rischiare quel briciolo di potere personale che hanno conquistato. Penso di non poter essere smentito se dichiaro che il PD o riprenderà il cammino iniziato al Lingotto e congelato dalle dimissioni di Veltroni o si trasformerà in una formazione populistica a direzione personalizzata.
Dei candidati alla segreteria l’unico che ha cercato di contrastare, praticamente in solitudine, e con atti concreti la deriva descritta è Giuseppe Civati, per questo ho deciso di appoggiarlo e di proporre di appoggiarlo a tutti coloro che ho conosciuto in questi 40 anni.


Paolo Serra                               www.bolognaragionevole.org

mercoledì 8 maggio 2013

PER LIBERARE LA MENTE


Ho avuto la sfortuna di ricoverare mia madre x un femore rotto e di ritrovarmela operata e con 2 ictus post operazione con la gamba operata paralizzata , quindi impegnato (come figlio unico) a lavorare andare all’ospedale a parlare con medici - assistente sociale x il dopo (se a casa o in una struttura ) , quindi si dorme poco ma ho la testa (anche parecchio confusa ) che elabora pensa a tutto e a niente .
Mi frullano per la testa tante considerazioni che devo esporre per liberarmene .

Ieri ho visto Ballarò , ho apprezzato il grande Landini , e sono sempre più contento di dire lo conosco perché lo avuto come segretario della Fiom a Bologna quando ero delegato di fabbrica ,
e cercherò con tutte le mie forze di essere a Roma il 18 maggio.
Fatta questa parentesi dopo l’apprezzamento x una grande persona mi è montata una incazzatura terribile , ma è possibile che la Turchia considerata da noi più x la battuta “fumi come un turco “ che per altro , ci debba insegnare il civismo e di come si fanno le cose ?
Loro sono riusciti in quello che in Italia ( E’ IMPOSSIBILE NON POTER FARE) sento dire da anni , DIGITALIZZARE E IMFORMATIZZARE il catasto ,con un sistema che ogni 4 anni rivede le rendite e che fa pagare la tassa sulla 1° casa (che il 90% dei paesi europei HA) a chi ha redditi alti e rendite alte e chi invece è pensionato (con pensione bassa ) , disoccupato , casalinga senza reddito (anche se il marito lavora) , studenti , forze dell’ordine e militari ai familiari di questi che hanno perso il familiare durante il servizio , A NON PAGARE .E nessuno di chi paga si lamenta sapendo come sono leggi stabilite e decise democraticamente .
Da noi l’IMU oltre ad essere una tassa , è il caposaldo dell’ultima campagna elettorale di tutti i partiti che si sono presentati NON LO DEVE ESSERE E NON PUO’ esserlo , l’imu con criteri decisi democraticamente e non vessatori è una tassa che ci deve essere, NON ci devono più essere le accise sulla benzina x il terremoto del Belice ,per l’alluvione di Firenze per il Vajont ,per le missioni in afghanistan PAGHIAMO più soldi con queste che con l’imu , ma iniziando dagli incapaci stellati (M5S) e finendo ai partiti (che purtroppo non esistono PIU’) di sinistra che una volta avevano a cuore i lavoratori e le categorie più deboli NESSUNO RIVENDICA QUESTE COSE . Insomma un paese civile (lo siamo ancora?) non può essere che l’imu diventi una arma di distruzione delle masse in mano a Berlusconi e alla destra NON E’ ACCETTABILE..

2° considerazione , non mi vergogno a dirlo che sono stato fra quelli (una decina fra cui mia moglie) che hanno creato la lista civica beppegrillo a Bologna nel 2009 con successo e prima che Grillo ,dopo qualche dubbio iniziale , e visto il buon lavoro svolto a Bologna e in veneto ha creato il movimento 5 stelle imponendo ,a differenza di ciò che ci eravamo promessi e andavamo dicendo ai banchetti, regole e decisioni senza consultare la base . Io mi ero avvicinato ai ragazzi di Bologna per come si voleva far politica e non perché si portava il nome di grillo , ma quando i “fanatici” ,che all’inizio non erano interessati a fare politica ma solo ad osservare come garanti di grillo quello che si faceva , hanno cambiato modo di agire e hanno cercato di riprendere il “potere” all’interno al movimento , Io e mia moglie ce ne siamo usciti non prima di scontrarci in assemblea e per mail (e dopo aver denunciato tramite mail allo staff di grillo ciò che stava succedendo ) con il gruppo che ha portato alla divisione di questi giorni in gruppi a favore di Bugani/Saetti /Nikil nero e a quelli che avrebbero appoggiato Favia /Salsi e Tavolazzi che senza paura posso dire che NON sono cattive persone ,cosa che non posso dire dei primi . Quindi anche se ammetto che ci sono brave persone nel M5S , devo anche dire però che io considero una brava persona chi non accetta soprusi e chi alza la voce per far rispettare le regole o per difendere chi subisce angherie all’interno di un gruppo , chi non fa ciò da brava persona diventa per me come gli altri .Tutta questa spiegazione per dire che i grillini che sono stati eletti a Roma non possono essere brave persone , 1 perché sono tutti trombati da precedenti elezioni ma come seguaci di un guru sono stati ripagati in questo modo , 2 perché continuano a sostenere che all’interno del M5S ci sia democrazia e libertà di pensiero e 3 ° perché come già successo in passato dicono una cosa e ne fanno esattamente il contrario come la questione dei soldi da rendere che è emersa in questi giorni , ME LO ASPETTAVO e ne ero quasi certo !!!!!!!!!! E non è vero che rinunciano allo stipendio come sostengono da anni anche i consiglieri regionali in Emilia romagna , loro si terranno solo 2700€ al mese ma ricevono tutti i soldi x intero , quindi alla collettività non c’è nessun risparmio!!!!!


3° E ultima considerazione , referendum sul finanziamento delle scuole paritarie a Bologna .
Premetto che sono per la scuola pubblica e non sono più interessato alle scuole dell’infanzia .(Figli grandi)
Un’ anno fa partecipai ad una commissione di quartiere sulla scuola , dove l’assessore spiegò che il comune decise di prorogare la convenzione con le scuole paritarie e quindi anche il versamento di 1 milione di euro , e in questo ulteriore anno avrebbero verificato che le scuole che ricevevano i soldi rispondevano a certi criteri e se li spendevano x ciò che si chiedeva nella convenzione .

Dico questo perché non sarei tenuto ad andare a votare ma come cittadino che da anni mi impegno politicamente e civicamente nel mio quartiere e per la mia città lo ritengo quasi obbligatorio , ma che però non ho una idea chiara , nessuno ha scritto o detto cose che sciogliessero i miei dubbi…..

Togliendo il contributo alle scuole paritarie , il comune RIESCE a trovare il posto a tutti i bambini anche a quelli che non andranno alle scuole paritarie ????

Quel milione di euro serve a mettere in sicurezza e risistemare quelle scuole comunali dell’infanzia che ne hanno veramente bisogno ?????

Si potrebbe allungare la convenzione di un anno x poi chiuderla definitivamente , e nel frattempo
costruire (visto che nelle zone terremotate nel giro di pochi mesi si sono costruite scuole a norma) strutture x poter raccogliere tutte le domande d’iscrizione ?????

Visto che il comune continua a far cementificare , perché non chiedere in cambio dei permessi di costruire la costruzione di strutture ad uso pubblico ??
Dove è nato il nuovo grattacielo Unipol con annesso hotel ,palestra e una richiesta alta per gli spazi commerciali non gli si poteva chiedere la costruzione di un nido/materna a gestione comunale????

Grazie x l’attenzione , ma sono riuscito un pò a liberare la mente

PS. Mi raccomando impegnatevi in prima persona anche solo 1 ora alla settimana per il vostro quartiere o per la vostra città , vi farà sentire meglio e nessuno potrà mai dirvi tu non fai niente ma deleghi .

Il 18 tutti a Roma a sostenere Landini e la FIOM gli unici che ancora insieme a Gino Strada (Emercengy) sono dalla parte dei più deboli

mercoledì 20 marzo 2013

RICOMINCIAMO

Dobbiamo ricominciare dagli asili, le elementari, le medie e i licei. E' in questi spazi che si coltivano i semi della cultura, della discriminazione, dell'educazione al confronto e al dialogo. Il crollo dell'Italia non è solo economico, è morale, culturale, sociale. E questo declino è iniziato ben prima della crisi. E' cominciato quando abbiamo smesso di pensare. Quando abbiamo abbandonato l'esercizio critico a favore della televisione di massa, dei programmi che anestetizzano giornate faticose piene di corse per dimostrare, competere, comprare e consumare. Quando l'individuo si è staccato dalla comunità, correndo da solo. Difficile, in un paese che non ha lo stesso tessuto collettivo e aggregativo di un'America che insieme all'autonomia sventola bandiere a stelle e strisce fuori dalle mura di casa: la retorica del "Sono orgoglioso di essere americano" di tanti film è semplice, pura realtà. Lo dice una che ci ha vissuto due anni, in America. Il senso di orgoglio cammina al fianco delle spinte competitive e invidualiste. C'è un riconoscersi in pieno nello spazio della loro nazione. Da noi, invece, il crollo progressivo ha soltanto promosso l'individualismo senza però l'azione di contenimento dentro il recinto di un paese in cui ci si riconosce. Lo Stato e il cittadino si sono separati, ogni giorno di più, e così anche il cittadino dal cittadino. A differenza dell'America, o della Francia, il tessuto sociale intorno non ha fatto da paracadute ai crolli. E' così che da molto prima della crisi, ufficialmente iniziata nel 2008 con i subprimes americani, si era avviato un processo di imbarbarimento totale, consumato nell'egoismo, senza lo specchio necessario di un riconoscimento in ampi valori condivisi. Una chiesa sempre più lontana dall'uomo, una politica che ha fatto del furto e della corruzione la sua stessa essenza, un'Italia in cui il senso patriottico è rimasto in mano solo alle frange più estreme di una destra che, nel mondo, osa ancora chiamarsi sociale senza capire che il termine sociale implica l'attenzione per tutto, non solo per quello che, in modo razzista, fa comodo a noi. In questo scenario l'uomo è stato messo contro l'uomo, e contro lo Stato. La crescente lobotomia di massa davanti alla capacità di ascolto, discriminazione, dialettica e dialogo con la propria e l'altrui coscienza ha generato la deriva umanistica in cui ci troviamo. Ed è facile, in un periodo di siccità, appiccare incidenti. Incendi pericolosi, intransigenti e intolleranti come le fiamme che consumano ogni forma di vita. "Solo la bellezza salverà il mondo", scriveva Dostoevskij. Ma quella bellezza, intorno, non c'è più. Non a caso la crisi culturale dell'ultimo decennio, che ha quasi azzerato l'acquisto di libri a favore di cazzeggi notturni sul web, ha tolto l'ultimo argine possibile contro il dilagare di qualunquismi, populismi, fanatismi. Il mondo è diventato, in modo manicheo, sempre più bianco e più nero, dimenticando i pericoli di salvatori eroici che si proclamano unti. 
La crisi italiana è innanzitutto una crisi dell'uomo davanti a se stesso. Solo contro gli altri, incapace di identificarsi nella sua nazione che non indica più percorsi condivisi e condivisibili, flagellato dall'ignoranza che lui stesso ha deciso, ha perso di capire, discernere il mondo che vive dentro e fuori di lui. L'unica salvezza è ricominciare dal futuro. Cioè da bambini. E da loro arrivare ai giovani adulti. E dai giovani adulti arrivare ai grandi. Il processo educativo deve ricominciare da qui. "Non versare il vino nuovo in otri vecchie". Beh, non vado in Chiesa ma è una grande verità. Invece si pretende di buttare via il vecchio con un presunto nuovo che invece è solo l'ennesimo vino versato sopra lo stesso contenitore, vino che si mescolerà inevitabilmente al precedente. Potare i rami secchi per far crescere il nuovo non vuol dire però buttare via in modo acefalo tutto ciò che è venuto prima: molte piante, in primavera, sembrano morte ma in realtà ci sono foglioline nuove e nuove linfe. Buttare via anche quelle sarebbe assurdo. Per fare tutto questo occorre una vera rivoluzione, ma una rivoluzione della coscienza. Queste rivoluzioni non si fanno imbracciando i forconi (anche quelli verbali). Si fanno partendo dall'atteggiamento critico verso se stessi, da un confronto dialettico con la società, dalla comprensione del grado di maturità a cui si è arrivati, delle lacune da colmare per arrivare a una visione attendibile della complessità del reale, in cui vicino ai bianchi e ai neri sfumano i grigi. Diffidando delle scimmie urlatrici, dei puri come cristalli (siamo umani, quindi siamo TUTTI imperfetti e se ci guardiamo bene bene, sul serio, troviamo a volte dentro di noi i semi di quello che combattiamo all'esterno), delle soluzioni radicali. la vita è mediazione, pazienza, educazione. L'Italia va a pezzi perché l'uomo ha perso se stesso, e lo ha perso anni fa. Piano piano, lentamente, ogni giorno. Prima di parlare di decrescite felici, condivisibili, impariamo a far decrescere il nostro ego, il nostro narcisismo, la nostra presunzione. E allora forse, con un po' di umiltà, faremo un passo avanti. Il primo, piccolo passo che ci fa capire che c'è tanto da fare.

Francesca Pacini

giovedì 26 aprile 2012

Comportamenti stupidi o maleducazione?


Tramutazione dell'acqua in sangue, Invasione di rane, Invasione di zanzare, Invasione di tafani, Moria del bestiame, Ulcere su animali e umani, Grandine, Invasione di cavallette, Tenebre, Morte dei primogeniti maschi. Questa è la lista biblica delle 10 piaghe d’Egitto, compendio di tutti i peggiori terrori che la nostra specie poteva immaginare o aver vissuto tre o quattromila anni fa. Alcuni sono ancora attuali, altri decisamente improbabili. Colpisce immediatamente la persistenza delle zanzare evidentemente almeno pari agli umani nell’adattabilità evolutiva.
Se dovessi riscrivere la lista oggi, per la nostra civiltà urbana, partirei con le seguenti tre, che sono esistenti e quanto mai reali: Invasione di cicche di sigarette, Invasione di chewing gum masticate, Invasione di deiezioni canine
La differenza fra le antiche piaghe e quelle moderne consiste nella provenienza naturale, o da divinità adirata, delle prime mentre le seconde sono frutto del solo comportamento umano. 
Ogni anno nell’ambiente terrestre vengono riversate 4,5 milioni di miliardi di cicche non biodegradabili (se uno ne buttasse una ogni secondo gli ci vorrebbero 143 milioni di anni per farcela). In queste cicche, grazie ai filtri, sono concentrate sostanze radioattive come il polonio210 (colgo l’occasione per rammentare ai fumatori che 20 sigarette al giorno aumentano il rischio di cancro quanto 300 radiografie all’anno, dato che le multinazionali tengono ben nascosto) o tossiche per la fauna come la nicotina. Il 40% in volume dell’inquinamento marino è costituito dall’acetato di cellulosa dei filtri, 12.240 tonnellate l’anno. Prima di gettare negligentemente la cicca in terra, con un gesto molto mutuato dal cinema e che fa sentire così “virili” e decisi, non converrebbe al sapiens riflettere un attimo?
In Italia si consumano ogni anno 23.000 tonnellate di gomma da masticare che hanno una vita biologica di 5 anni, sono circa 800 TIR (una colonna di 24 km) in parte gettate nell’ambiente, molte appiccicate sotto le sedie e le maniglie delle poltrone da giovani e vecchi burloni. In Germania, dove i Comuni provvedono a raschiarle dal lastrico dei marciapiedi, per lo smaltimento vengono spesi circa 900 milioni di euro l’anno, sappiamo tutti per esperienza la lotta per staccarle dalle suole. Impossibile imparare a smaltirle civilmente?
Sulle deiezioni canine, che possono trasmettere vermi e malattie infettive, si sono giocate campagne elettorali comunali, esistono regolamenti che ne impongono la raccolta ai proprietari dei cani, ma molto di rado se ne vedono gli effetti e, sempre per cagnetti da compagnia di piccola taglia. Il dilagare dei cani da difesa sta ingigantendo il problema, a Milano stimano 20 tonnellate al giorno, a Bologna dovremmo essere sulle 6 e sono ovunque, marciapiedi e portici compresi. Senza voler giungere ai metodi tedeschi, esame dna obbligatorio per risalire alla fonte, una maggior vigilanza non guasterebbe, basterebbe una campagna di controllo del possesso di guanto, busta e paletta da parte di chi accompagna il cane a passeggiare, 25 euro a passeggiata possono convincere anche i più riottosi, se non ci sono abbastanza vigili perché non attingere al bacino di decine di migliaia di pensionati creando un corpo di vigili ecologici volontari?
Stupida incoscienza o maleducazione? Fate voi, però cominciamo ad occuparcene.
Paolo Serra

martedì 21 febbraio 2012

Strategicità del Servizio Ferroviario Metropolitano

L’esempio della ex-Veneta
Strategia. Questa parola, che deriva dall’arte militare, e significa una pianificazione non discutibile da parte di un comandante supremo ed assoluto, ha travalicato da tempo i suoi confini bellici ed ha invaso molti campi sociali: sport, aziende, politica etc… Strategia, con la sua enfasi anche fonetica, dà quel senso di indiscutibile, perentorio, ineluttabile, che manca alle vecchie tattica, piano, programma, ormai poco efficaci, pallide, obsolete. E’ dal 1997, dal tempo dell’accordo firmato dal Sindaco Vitali, che politici ed amministratori, comunali, provinciali e regionali declamano a pieni polmoni e descrivono con caratteri indelebili la “strategicità” del Servizio Ferroviario Metropolitano (SFM) per implementare definitivamente il quale altro non si aspetta che il completamento della Stazione sotterranea A/V di Bologna ed il ripristino dei 4 (o 3 causa people mover) binari ora inutilizzabili, il che dovrebbe avvenire, finalmente, nel 2013. Di conseguenza ci si aspetterebbe una accelerazione delle costruzioni delle stazioni  e fermate urbane ancora solo sulla carta, ed il completamento della infrastrutturazione mancante, od incompleta, o tecnologicamente obsoleta. Infatti, giovedì scorso, alla Commissione Comunale competente, è stato presentato il progetto dell’interramento del tratto urbano della Bologna-Budrio che interessa 6 passaggi a livello bolognesi, fra i quali il cruciale di via Rimesse su quello che avrebbe dovuto essere un ramo dell’asse dell’89 (1889). Ebbene, quale delusione apprendere che, come si temeva, non ne  viene previsto il raddoppio dell’unico  binario (neppure come possibilità futura) precludendo  per sempre la possibilità di cadenzamento  al quarto d’ora e che la nuova fermata Libia-Sant’Orsola verrà costruita al greggio, e sul lato nord del binario. Non è dunque strategica una linea passante che parte da Vignola ed arriva a Portomaggiore passando per Casalecchio, Castenaso e Budrio e ha ben  10 fermate urbane nel Comune di Bologna? Il complesso ospedaliero universitario Sant’Orsola enumera 1758 posti letto e 5355 dipendenti (destinati ad aumentare), un calcolo empirico fatto dall’Università presume circa 20.000 persone coinvolte al giorno (oltre 11.000 solo di visite ed esami ambulatoriali). Sono oltre 7 milioni di persone l’anno che entrano ed escono da quella decina di ettari a sud di via Massarenti con i problemi che ben conosciamo. Per l’aeroporto Marconi, che non muove molte persone di più, si prevede addirittura una navetta sopraelevata dedicata  mentre ad un attrattore di traffico di tale rilevanza si usa la lesina? Sì, perché, a detta dei tecnici della Regione il secondo binario farebbe aumentare di 6/7 milioni la spesa prevista di 42, compreso il nuovo materiale rotabile, mentre per il completamento della fermata siamo agli spiccioli. Opera strategica? Forse dovremo chiedere agli editori italiani di ristampare i vocabolari…
Paolo Serra

lunedì 20 febbraio 2012

UN TRENO PER L'AEROPORTO

Ivan Beltramba 14.02.2012
La vicenda del "people mover" tra l'aeroporto e la stazione centrale di Bologna ha ormai assunto tratti paradossali. Si tratta infatti di un progetto destinato fin dall'inizio al fallimento. Non tiene conto del fatto che l'area di influenza di un aeroporto non è solo la città di riferimento. D'altra parte la società di gestione sembra più interessata ai parcheggi e ad eventuali centri commerciali. Per il piccolo aeroporto bolognese basterebbe una ferrovia, collegata alla linea Milano-Bologna, che entri all'interno dell'aerostazione.
La vicenda bolognese del people mover tra aeroporto “Guglielmo Marconi” e stazione centrale sta raggiungendo picchi di ridicolo difficilmente eguagliabili.
Dopo un primo bando per la realizzazione in project financing di un collegamento dedicato in sede propria andato deserto alcuni anni fa, la riscrittura ha visto la vittoria della società “Marconi Express” a capitale misto Ccc 75 per cento-Atc 25 per cento. Cioè il Consorzio cooperative costruzioni e la Azienda dei trasporti, ex-municipalizzata ora spa, di provincia e comune; semplificando: il costruttore e l’esercente.

UN FALLIMENTO ANNUNCIATO

Fin qui sembra tutto regolare. Qualche dubbio sorge viste le indiscrezioni sui patti parasociali: Ccc infatti dopo qualche anno potrebbe sfilarsi con obbligo per Atc di acquisire tutto il capitale. Tradotto: se gli affari van male mollo tutto ad Atc.
Ma leggendo le carte allo stato attuale del progetto, gli affari andranno sicuramente male: si dichiara una capacità di trasporto di 400 persone all'ora per senso di marcia, meno di una vecchia seggiovia monoposto. L’infrastruttura, però, dovrebbe costare sui 102 milioni di euro, per circa il 70 per cento in project financing: 27 milioni arriveranno dalla Regione, 3 da aeroporto e 72 appunto in project financing. Senza contare i costi esercizio. Dando poi per scontato che fiumi di viaggiatori vogliano andare o provengano dalla stazione centrale, per di più con una rottura di carico. Infine, pare che il fornitore della parte “tecnologica”, cioè via di corsa e veicoli, sia un costruttore di parchi divertimento e montagne russe.
Ma guardiamo bene i numeri.
La attuale autolinea Aerobus-Blq di Atc, con cadenza 15 minuti, ha una capacità di 300 viaggiatori l’ora e dichiara di essere in pareggio trasportando circa 750mila persone l'anno con la corsa semplice e 100mila abbonati; il biglietto costa ben 6 euro contro un biglietto urbano di 1,20 euro e di 2 euro per la seconda zona.
L’autolinea Modena-Bologna Aeroporto e vv. di Atcm passa ogni due ore (biglietto 15 euro) e non sembra affollata, anzi.
L’aeroporto nel 2010 ha avuto circa 5.500.000 viaggiatori (trend 2011: 6 milioni). Da anni sostiene di volere raggiungere (e superare) gli 8 milioni: un ottimismo della volontà.
Supponendo che il futuro sia roseo, avere un collegamento che dichiara dall’inizio di non superare per limiti tecnici 1,5 milioni di viaggiatori l'anno sembra poco “intelligente”.
Recentemente è stata presentata l’ultima versione del “piano di sviluppo aeroportuale”, che finalmente prevede i “finger”. (1) Però, la nuova aerostazione si allontana dal capolinea del people mover di oltre 500 metri.

COME SI ARRIVA NEGLI AEROPORTO EUROPEI

Vediamo allora che cosa può permettere di portare molte persone all'interno di un aeroporto col trasporto pubblico, assumendo che l’autolinea non sia proprio il non plus ultra.
In Italia abbiamo Malpensa, Pisa, Fiumicino, Caselle e Punta Raisi che hanno una stazione ferroviaria. Salvo Caselle, sono tutte stazioni di testa e in generale non si può dire che i servizi siano molto frequenti. Si tratta sempre di collegamenti solo verso la grande città di riferimento, se trascuriamo le due ridicole coppie di Freccia Rossa Roma Termini-Milano Centrale che proseguono su Malpensa e da lì provengono. In orari inutilizzabili.
Con i pochi dati reperibili, non sembra che la percentuale di passeggeri degli aerei che usano il treno in andata o ritorno dall'aeroporto sia superiore al 5 per cento. Sui dipendenti che lavorano in aeroporto i dati sono ancora meno, ma è improbabile che la percentuale che utilizza il treno sia superiore a quella dei passeggeri.
Malpensa-Express nelle due versioni - “Cadorna” e “Centrale” - raggiungono circa 12mila saliti nel giorno medio feriale. Con un movimento di 19 milioni all’anno (dati 2010), cioè circa 55mila al giorno medio feriale, non sono molti. Tanto più che i treni sono probabilmente utilizzati anche da alcune delle circa 10mila persone che a Malpensa lavorano.
All’estero abbiamo decine di esempi di aeroporti collegati con linee ferroviarie urbane e suburbane, metropolitane, perfino linee tranviarie. Ma anche lì, si scopre che in caso di semplici collegamenti centro-aeroporto le percentuali non sono, salvo eccezioni, molto sopra il 10 per cento. Si fa allora largo un sospetto: l’area di influenza di un aeroporto non è solo la città di riferimento, come se fosse una stazione ferroviaria. Inoltre chi viaggia in aereo spesso fa viaggi lunghi, ha molti bagagli e gradisce poco il trasbordo dal treno al bus o taxi, dal treno alla metropolitana, ma anche quello da treno a treno “stesso marciapiede”. Conviene allora restringere il campo di osservazione agli aeroporti dotati di stazione con treni “passanti”, sia regionali che “lunga percorrenza”.
Ed ecco che arrivano le sorprese. Intanto, in Europa sono pochi, sette: Lyon Saint Exupery, Oslo Gardermoen, Zürich Kloten, Frankfurt am Mein, Amsterdam Schiphol, Madrid Barajas e Købnhavn Kastrup.
Madrid dal 22 settembre 2011 i “Cercanias”, i treni suburbani, arrivano al terminale T4, con shuttle bus per gli altri. La linea ha frequenza ogni 30 minuti ed è poco perché quello di Madrid è il quarto aeroporto d’Europa con 50 milioni di viaggiatori all’anno. C’è però la metropolitana linea 8 che nella punta passa ogni 4-5 minuti e serve tutti i terminal. La linea ferroviaria di accesso a quattro binari è nata per fortuna a doppio scartamento, è adeguata cioè anche all'alta velocità Ave, i cui servizi per l'aeroporto dovrebbero inaugurarsi nel 2012.
Lyon è evidente la scarsità di treni, mentre il tram Rhonexpress passa ogni 15 minuti e raggiunge Gare Part Dieu in città – 15 chilometri di distanza – in trenta minuti.
Negli altri quattro scali, invece, la percentuale di uso del treno sale al 30 per cento, anzi Schiphol (Amsterdam) la supera abbondantemente. Perché? Studiando gli orari ferroviari si capisce che da tutta la Svizzera, salvo casi disperati, si arriva a Kloten cambiando treno una sola volta. Stesso discorso per Kastrup (Copenhagen) e Schiphol. Quest’ultimo è diventato addirittura un hub ferroviario nazionale, dove fermano anche i treni alta velocità della Hsl Zuid che collegano Amsterdam Centraal con Bruxelles e Parigi, cioè ben tre capitali europee. Il caso Francoforte (il secondo aeroporto d’Europa) è leggermente diverso a causa delle dimensioni della Germania, ma anche qui fermano i treni alta velocità Ice che fanno capo a Frankfurt a/M Hauptbahnhof. Kastrup può vantare collegamenti diretti con almeno due capitali scandinave: Stoccolma e Copenhagen. Guardando i “tabelloni partenze” in tempo reale dei treni della stazione dell’aeroporto Schiphol si resta ammutoliti: una partenza mediamente ogni 2 minuti, facile con sei binari di sosta e linee di accesso a quattro binari. E non dimentichiamo che un aeroporto è anche un posto di lavoro: a Schiphol lavorano oltre 60mila persone, tutti potenziali utenti del trasporto pubblico.

MEGLIO IN TRENO

Torniamo allora al nostro aeroporto tascabile bolognese, ancora privo dei “finger”. Che cosa si dovrebbe fare seriamente per avere un collegamento in grado di trasferire dall’automobile al trasporto pubblico quantità significative di passeggeri e lavoratori?
Usare il denaro pubblico (e privato, in project financing) per realizzare una ferrovia di circa 8 chilometri ad almeno un binario che, staccandosi a Lavino dalla linea Milano-Bologna, entri dentro l’aerostazione, abbia uno scalo passante con quattro binari e poi ritorni alla stazione centrale. Gli spazi ci sono, e anche le possibilità tecniche, manca solo la volontà.
Tav
 ha già perso questa occasione d’oro (anche a Malpensa, peraltro), però dagli errori degli altri si può sempre imparare. Sembra invece poco produttivo, perché introdurrebbe comunque un trasbordo, pretendere di collegare l’aeroporto con un bus navetta alla costruenda fermata Sfm “Aeroporto” della linea Bologna-Modena: quella fermata è ottima per servire il quartiere Borgo Panigale. E in proposito si può trarre qualche insegnamento dai deludenti dati della stazione ferroviaria dell’aeroporto Bwi - Baltimore-Washington International. (2)
Un solo binario per il “Marconi” potrebbe sembrare poco, ma data la brevità dei percorsi consentirebbe di far circolare un treno ogni 10 minuti per senso di marcia. E non dimentichiamoci che Bologna è comunque un aeroporto medio-piccolo: è l’ottavo d’Italia, dietro a Fontanarossa e Capodichino, anche se davanti a Ciampino e Punta Raisi. Se lo scalo venisse servito solo ogni 30 minuti per senso di marcia da treni regionali veloci Piacenza-Ancona (che attualmente sono meno di uno l’ora) potrebbero arrivare e partire dall’aeroporto oltre 800 persone all'ora per senso di marcia.
La società di gestione dell’aeroporto bolognese, la Sab, non sembra però interessata ai grandi sviluppi del traffico che una vera stazione ferroviaria consentirebbe. Nasce allora il sospetto che gli introiti da “parcheggio auto” non siano trascurabili. E infatti basta una rapida occhiata al bilancio per leggere a pagina 18 un numerino: 11.779.000 euro, +6,6 per cento sul 2009, per ricavi da parcheggio. Dato che la gestione caratteristica riporta oltre 68 milioni, le auto in sosta sono quasi il 20 per cento dei ricavi.
Leggendo invece il piano di sviluppo dell’aeroporto si ha l’impressione che l’obiettivo della espansione edilizia e della nuova aerostazione lontana dal people mover sia in realtà la creazione di un grande volume da adattare a centro commerciale, con una operazione dubbia anche sotto il profilo normativo.
A forza di appelli al buon senso, sembra che il comune di Bologna abbia ora avviato una “pausa di riflessione”, spaventato soprattutto dal dover tappare i buchi di bilancio della azienda di trasporti di cui ha comunque ancora la maggioranza del pacchetto azionario.
In ogni caso, progetto, direzione lavori, stazione appaltante e soggetto attuatore di una eventuale linea ferroviaria non dovrebbero coinvolgere Atc, che con la tristissima vicenda dei filobus a guida ottica ha dimostrato oltre ogni ragionevole dubbio di non essere all’altezza di un’opera anche solo moderatamente ambiziosa,scivolando nelle pagine di cronaca giudiziaria.


(1) I “finger” sono i pontili che permettono di salire direttamente sull’aereo anziché prendere un bus per fare cinquanta metri.
(2) Nonostante si trovi sul Northeastern Corridor a 1 miglio dall’aerostazione e sia servita da bus navetta gratuito ogni 12 minuti, la stazione vede meno di duemila persone al giorno, anche se fermano sia i treni a lunga percorrenza di Amtrak sia i treni regionali del Marc. Per un aeroporto che ha 22 milioni di viaggiatori all’anno (60mila al giorno) è veramente poco.
 

L'ARTICOLO DICIOTTO: LE VERITA' NASCOSTE

APPELLO 

Desta grande sconcerto, tra gli operatori giuridici (avvocati, magistrati) che quotidianamente hanno a che fare, per il loro lavoro, con la tematica dei licenziamenti, il livello di approssimazione e di assoluta lontananza dalla realtà con cui tanti autorevoli personaggi della politica, del giornalismo e persino dell’economia affrontano l’argomento, contribuendo ad alimentare una campagna di disinformazione senza precedenti.
Sta infatti entrando nella convinzione del cittadino (che non abbia, in prima persona o attraverso persone vicine, vissuto il dramma della perdita del posto di lavoro) la falsa impressione che in Italia sia pressoché impossibile licenziare, persino nei casi in cui un’impresa, in comprovate difficoltà economiche e finanziarie, con forte calo di ordini e bilanci in rosso, avrebbe necessità di ridurre il proprio personale (caso spesso citato nei dibattiti televisivi per mostrare l’assurdità di una legislazione che ingessi fino a questo punto l’attività imprenditoriale). Queste leggi assurde, poi, si salderebbero con una asserita “eccessiva discrezionalità interpretativa” dei magistrati (categoria della quale, nell’ultimo ventennio, ci hanno insegnato a diffidare) e sarebbero la causa, o quantomeno la concausa, del precariato giovanile. 
Senza considerare che è l’Europa a chiederci di rivedere la normativa in tema di licenziamenti, perché eccessivamente rigida. Inoltre il diritto alla reintegrazione nel posto di lavoro sarebbe un’ “anomalia nazionale”.
Come si sa, il principio di propaganda che sostiene che “una bugia ripetuta mille volte diventa verità” paga, ed è estremamente rara, nei talk show televisivi, la presenza di giuslavoristi che raccontino cosa effettivamente accade nei luoghi di lavoro, nelle trattative sindacali, negli studi degli avvocati e nelle aule di giustizia: che cioè la legge già consente di licenziare per motivi “inerenti all’attività produttiva, all’organizzazione del lavoro e al regolare funzionamento di essa” e che conseguentemente i licenziamenti per riduzione di personale avvengono quotidianamente, sia da parte di aziende con meno di 16 dipendenti (che non hanno altro onere che quello di pagare un’indennità di preavviso molto più bassa di quella prevista in altri paesi europei: solo ove un giudice accerti che le motivazioni addotte non sono vere, dovrà pagare un’ulteriore indennità, comunque non superiore a sei mensilità) sia da parte delle grandi aziende (che in caso di esubero di personale di più di cinque unità devono solo seguire una procedura che coinvolge il sindacato, ma che le vincola - anche in caso di mancato accordo sindacale al suo esito - esclusivamente a seguire dei criteri oggettivi nella selezione del personale da licenziare). Al di fuori dei licenziamenti per motivi economici - rispetto ai quali il giudice ha (solo) il potere di effettuare un controllo: a) di verità sui motivi addotti nei licenziamenti individuali e b) di regolarità della procedura nei licenziamenti collettivi - l’art. 18 si applica, ai datori di lavoro con più di 15 dipendenti, in caso di licenziamenti individuali, quasi sempre per motivi disciplinari.
E qui, di volta in volta, il magistrato valuta il caso concreto, che non è mai come quelli da barzelletta che vengono talvolta riportati per dimostrare l’arbitrarietà del giudice e la presunta assurdità del sistema. Da oltre trent’anni si sente parlare del caso del garzone del macellaio amante della moglie del datore di lavoro, che sarebbe stato reintegrato perchè i fatti avvenivano al di fuori dell’orario di lavoro. Basta che una falsa notizia come questa venga detta in televisione, ed ecco che il quadro è completo e il prodotto confezionato: l’opinione pubblica, dopo un mese di questa martellante propaganda, è pronta ad accettare le giuste soluzioni che – condivise o non condivise da tutti i sindacati – ci facciano fare quel passo decisivo per adeguare l’Italia alle nuove esigenze della globalizzazione e renderla finalmente competitiva anche rispetto ad altri paesi europei che hanno una maggiore flessibilità in uscita.
Ma è proprio vera quest’ultima cosa? Come mai non riusciamo a leggere in nessun giornale che gli indici OCSE che segnalano la cd. rigidità in uscita collocano attualmente l’Italia (indice dell’1.77) al di sotto della media europea (basti dire che la Germania ha l’indice 3.00)? Ed è proprio vero che il diritto alla reintegrazione (in caso di licenziamento dichiarato illegittimo) è previsto solo nel nostro Paese? Premesso che il discorso dovrebbe essere approfondito, va detto che in certi Paesi è addirittura costituzionalizzato (Portogallo) ed in altri è un rimedio possibile (ad esempio Svezia, Germania, Norvegia, Austria, Grecia, Irlanda, in taluni casi Francia) spesso accompagnato da ulteriori tutele. 
La verità è che non esiste un vero collegamento tra la ripresa produttiva e la libertà di licenziare, e forte è quindi il timore che il ”governo tecnico”, approfittando della crisi economica, possa dare attuazione ad un antico progetto di riassestamento del potere nei luoghi di lavoro, che per essere esercitato in modo sovrano mal tollera l’esistenza di norme di tutela dei lavoratori dagli abusi. Perchè è questo, e solo questo, il senso profondo dell’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori: una norma che sanziona il comportamento illegittimo del datore di lavoro ripristinando lo status quo ante che precedeva il licenziamento – lo si ribadisce - illegittimo. E la cui esistenza, per l’appunto, impedisce che il potere nei luoghi di lavoro (con più di 15 addetti, purtroppo, perchè altrove, appunto, tale tutela non c’è) possa essere esercitato in modo arbitrario e lesivo della dignità dei dipendenti.
Ma nello stesso tempo occorre valutare con estrema attenzione anche tutte quelle prospettate soluzioni che, prevedendo la “sospensione temporanea” dell’articolo 18 per i primi tre o quattro anni per i giovani in cerca di un’occupazione stabile, teoricamente non sottrarrebbero la tutela dell’art. 18 “a chi già ce l’ha”. 
Occorre, infatti, quanto meno scongiurare l’ipotesi che in tale formula rientrino tutti i nuovi rapporti di lavoro poiché, altrimenti, inevitabilmente vi ricadrebbero anche coloro che, pur avendo goduto in passato della tutela dell’articolo 18, si ritrovino in stato di disoccupazione (dato che, come abbiamo visto, la norma non vieta affatto di licenziare, sanzionando solo i licenziamenti privi di giusta causa o giustificato motivo, e quindi solo quelli illegittimi). E dal momento che, checché se ne dica, il posto di lavoro fisso a vita è veramente un sogno e il mercato del lavoro è in continuo movimento (specie per quanto riguarda l’invocata flessibilità in uscita), nel caso in cui le disposizioni in cantiere non siano circoscritte con precisione, avremmo un esercito di disoccupati attuali o potenziali anche ultracinquantenni che, lungi dal portarsi dietro, infilato nel taschino della giacca, l’articolo 18 goduto nel precedente posto di lavoro, ingrosserebbero le fila dei nuovi precari. Perchè diversamente non possono essere considerati dei dipendenti che per tre o quattro anni siano sottoposti al ricatto della mancata stabilizzazione ove non “righino dritto” senza ammalarsi, fare figli, scioperare o avanzare rivendicazioni di sorta (e se, alla fine del triennio, non vi sarà – com’è probabile – alcuna garanzia di “stabilizzazione” del rapporto, in questo gioco dell’oca si potrà tornare alla casella di partenza, con un diverso datore di lavoro...).
Ecco quindi che, per altra strada, si arriverebbe a ridimensionare anche i diritti di coloro ai quali l’articolo 18 attualmente si applica, risultato che la propaganda vorrebbe finalizzato a favorire quelli che ne sono esclusi: come ha scritto Umberto Romagnoli, è come avere la pretesa di far crescere i capelli ai calvi rapando chi ne ha di più. 
Un’ultima annotazione su un’altra soluzione di cui si sente parlare: la sostituzione della sanzione prevista dall’articolo 18 (reintegrazione) con un’indennità in tutti i casi di licenziamenti semplicemente motivati da ragioni economiche.
Si è già detto che tali licenziamenti sono già consentiti, e secondo l’art. 30 della legge 183 del 2010 “il controllo giudiziale è limitato esclusivamente (...) all'accertamento del presupposto di legittimità e non può essere esteso al sindacato di merito sulle valutazioni tecniche, organizzative e produttive che competono al datore di lavoro”. 
Cosa si vuole di più? Perchè si vorrebbe impedire al giudice anche un accertamento di legittimità (e non di merito) sulle motivazioni addotte? Forte è il sospetto che in questo modo si voglia consentire al datore di lavoro di liberarsi di dipendenti scomodi semplicemente adducendo una motivazione economica, anche se non vera. Sancendo così, automaticamente, il pieno ritorno agli anni cinquanta, quando i licenziamenti erano assolutamente liberi e la Costituzione nei luoghi di lavoro, faticosamente introdotta nel 1970 dallo Statuto dei lavoratori, semplicemente un sogno.
Auspichiamo proprio che, con la scusa di dover riformare il mercato del lavoro, non si arrivi a tanto. 

13 febbraio 2012

1. Alberto Piccinini, avvocato Bologna
2. Antonella Gavaudan, avvocato Bologna 
3. Bruno Laudi, avvocato Bologna
4. Giovanna Buttazzo, avvocato Bologna
5. Francesca Ferretti, avvocato Bologna
6. Giorgio Sacco, avvocato Bologna
7. Massimo Vaggi, avvocato Bologna
8. Antonio Mumolo, avvocato Bologna
9. Sara Passante, avvocato Bologna
10. Stefania Mangione, avvocato Bologna
11. Guido Reni, avvocato Bologna
12. Rosa Tarantini, avvocato Bologna
13. Raffaella Ballatori, avvocato Bologna 
14. Sabrina Pittarello, avvocato Bologna 
15. Francesca Stangherlin, avvocato Bologna 
16. Claudia Tibolla, avvocato Bologna 
17. Antonio Monachetti, avvocato Bologna 
18. Federico Martelloni, ricercatore Bologna 
19. Manuela Del Monaco, avvocato Bologna 
20. Matteo Acciari, avvocato Bologna
21. Sergio Mattone, Presidente Emerito Corte di Cassazione Sezione Lavoro
22. Piergiovanni Alleva, Prof. Avv., Bologna
23. Francesco Alleva, avvocato, Bologna
24. Stefano Caliandro, avvocato, Bologna
25. Nazzarena Zorzella, avvocato Bologna
26. Alvise Moro, avvocato, Milano
27. Antonio Di Stasi, Prof. Avv., Ancona 
28. Mario Fezzi, avvocato, Milano
29. Nyranne Moshi, avvocato, Milano
30. Velia Addonizio, avvocato, Milano 
31. Daniela Manassero, avvocato, Milano
32. Luca Boneschi, avvocato, Milano
33. Franco Scarpelli, Prof. Avv., Milano
34. Barbara Borin, avvocato, Vincenza 
35. Enrica Mangia, avvocato, Milano
36. Corrado Guarnieri, avvocato, Torino
37. Enzo Martino, avvocato, Torino
38. Angelo Morese, avvocato, Milano
39. Nino Raffone, avvocato, Torino
40. Alida Valle, avvocato, Torino
41. Giovanna Prato, avvocato, Biella
42. Massimo Bellomo, avvocato, Latina
43. Gianni Casadio, avvocato, Ravenna
44. Ivan Carioli, avvocato, Forlì
45. Giovanni Marcucci, avvocato, Milano
46. Roberto Lamacchia, avvocato, Torino 
47. Francesca Bassetti, avvocato Firenze
48. Alessandro Villari, avvocato, Milano
49. Fabio Rusconi, avvocato, Firenze
50. Francesco Rusconi, avvocato, Firenze
51. Stefano Chiusolo, avvocato, Milano
52. Milena Mottalini, avvocato, Milano
53. Maria Spanò, avvocato, Torino
54. Carlotta Persico, avvocato, Torino
55. Elena Poli, avvocato Torino
56. Antonio Negro, avvocato, Milano
57. Matteo Petronio,avvocato, Parma
58. Danilo Conte, avvocato, Firenze
59. Letizia Marini, avvocato, Firenze
60. Stefano Alberione, dottore, Torino
61. Antonio Caputo, avvocato, Torino 
62. Pier Luigi Panici, avvocato, Roma
63. Carlo Guglielmi, avvocato, Roma
64. Giuseppe Mazzini, avvocato, Forlì 
65. Filippo Distasio, avvocato, Torino 
66. Ruby Ellen Berolo, avvocato, Torino
67. Bruno Pezzarossi, avvocato, Reggio Emilia
68. Elisa Favè, avvocato, Verona
69. Ilaria Cappelli, avvocato, Milano
70. Franco Berti, avvocato, Trieste
71. Silvana Lamacchia, avvocato, Torino
72. Caterina Burgisano, avvocato, Bologna
73. Giancarlo Moro, avvocato, Padova
74. Franco Focareta, Prof. Avv., Bologna
75. Bartolomeo Daniele, avvocato, Torino
76. Sandro Grandese, avvocato, 
77. Alberto Neri, avvocato, Reggio Emilia
78. Francesca Romana Guarnieri, avvocato , Torino 
79. Giuseppe Fontana, avvocato , Roma
80. Giovanni Marcucci , avvocato, Milano
81. Patrizia Graziani, avvocato, Forli’
82. Roberta Li Calzi, avvocato, Bologna
83. Lara Melchior, avvocato, Udine
84. Emilia Recchi, avvocato, Roma
85. Matilde Bidetti, avvocato, Roma
86. Franco Boldrini, avvocato, Ancona
87. Sergio Boldrini, avvocato, Ancona 
88. Andrea Ronchi, avvocato, Bologna
89. Lino Greco, avvocato, Milano
90. Giorgio Albani, avvocato, Milano
91. Massimo Ferrari, avvocato, Reggio Emilia
92. Ilario Brovarone, avvocato, Parma
93. Silvia Gorini, avvocato, Bologna
94. Raffaele Miraglia, avvocato, Bologna
95. Roberta Marconi, avvocato, Bologna
96. Paolo Donati, avvocato, Bologna
97. Grazia Angelucci, avvocato, Bologna
98. Giulio Centamore, dottorando, Bologna
99. Clelia Alleri, dottoressa in giurisprudenza, Bologna 
100. Anna Nuvoli, dottoressa in giurisprudenza, Bologna 
101. Cristina Maroni, dottoressa in giurisprudenza, Bologna 
102. Margherita Longhi, dottoressa in giurisprudenza, Bologna
103. Lisa Dorigatti, dottoranda in studi del lavoro, università di Milano

ABBIAMO RICEVUTO - E CONTINUIAMO A RICEVERE - DECINE E DECINE DI ADESIONE DI LAVORATORI E SINDACALISTI. PUR ESSENDO ESSE GRADITISSIME, ABBIAMO DECISO DI LIMITARE AI SOLI OPERATORI GIURIDICI LA PUBBLICAZIONE DEI NOMINATIVI, PER MEGLIO SOTTOLINEARE IL SIGNIFICATO "TECNICO" DELL'APPELLO CHE SI PROPONE, PRINCIPALMENTE, DI FORNIRE CONTROINFORMAZIONE 

LE ADESIONI AL PRESENTE APPELLO POSSONO ESSERE INVIATE AL SEGUENTE INDIRIZZO E-MAIL: segreteria@studiolegaleassociato.it