giovedì 22 settembre 2011

People Mover


SFM e SFR vs PM
10 ragioni per ripensare il People Mover  (Marconi Express)
  1. Non è vero che il PM è costruito in project-financing: il 27% è a carico della Regione ed il 70% sarà progressivamente a carico di ATC entro il 2020, caricando le casse pubbliche  del rischio di impresa (ATC è del Comune e Provincia di Bologna).
  2. I tagli del Governo agli Enti Locali e al Trasporto Pubblico Locale rendono già le risorse disponibili sempre più esigue, con rischio reale di tagli anche ai servizi attuali. Con la costruzione del PM a carico di ATC, per garantire la continuità del servizio,  potrebbe essere messo a rischio il Trasporto Pubblico
  3. A circa un km dall’aerostazione esistono due linee ferroviarie passeggeri (Bo-Mi e Bo-Vr), e una linea merci sotto la pista lato ovest, direttamente collegate con Bologna Centrale.
  4. Già oggi, da Bologna Centrale, partono verso il Marconi (e viceversa) 4 treni passeggeri locali ogni ora, tempo medio d’attesa 7,30 minuti, percorrenza 6 minuti.
    Dal 2012, terminati i lavori della stazione sotterranea A/V i treni diventeranno 6 e l’attesa media di 5 minuti.
  5. Esiste una stazione ferroviaria denominata “SFM Aeroporto”, in via Bencivenni a cavallo delle due linee ferroviarie, la cui costruzione è stata interrotta al grezzo nel 2007 e di cui si prevede il completamento solo per il lato sud (Bo-Mi) con una nuova denominazione “Borgo Panigale-Scala”. La stazione è già predisposta per sottopassi ed ascensori, su via Bencivenni è stata costruita una rotatoria la cui entrata sud è ostruita da blocchi di cemento. La distanza di 1200 metri fra la stazione “Aeroporto” ed il Marconi può essere percorsa con parecchie modalità diverse.
  6. Il Piano Industriale ed il Master Plan dell’Aeroporto prevedono per il 2018 lo spostamento del terminal proprio all’estremità nord di via Bencivenni, a circa 800 metri dalla fermata dei treni. Anche il percorso interno all’aerostazione fra il  PM ed il nuovo terminal è di circa 800 metri, che si prevede di percorrere con marciapiedi e scale mobili.
  7. Da 16 stazioni del SFM (fra le quali quelle urbane di San Ruffillo, Mazzini, San Vitale-Rimesse, e quella prevista Prati di Caprara-Osp.Maggiore) si accede direttamente ad Aeroporto senza cambiare alla Centrale, lo stesso vale per tutti i Capoluoghi della regione esclusa Ferrara. Lo stesso potrebbe accadere per gli interregionali da  Verona, Milano, Pesaro, Ancona, Firenze.
  8. Nessuno dei 16 binari della Stazione Centrale verrebbe sacrificato per il PM consentendone l’utilizzo ottimale e l’implementazione delle linee passanti.
  9. I capitali risparmiati potrebbero essere utilizzati per completare la Fermata SFM Aeroporto sulle 2 linee, per il suo collegamento con il Terminal, per le risorse mancanti per le ultime fermate SFM di Bologna, e per sotterrare la Bologna-Budrio a doppio binario, e non a binario unico come previsto, evitando una strozzatura in una linea cruciale. Il resto andrebbe riservato all’implementazione del SFM.
  10.  È quindi necessario un percorso trasparente di confronto tra dati, con il  coinvolgimento di soggetti terzi e credibili.
Paolo Serra  – Fioretta Gualdi

domenica 4 settembre 2011

La manovra deroga l’articolo 18


Gli emendamenti approvati in commissione Bilancio prevedono 
deroghe alle leggi vigenti e ai contratti collettivi nazionali.
Camusso: "Il governo cancella la Costituzione".
Sacconi: "Non ha senso parlare di libertà di licenziare"
“Se la destra intende cancellare lo Statuto dei lavoratori lo dica e non si nasconda
dietro norme implicite”, tuonava Cesare Damiano, responsabile Lavoro
del Partito democratico, il 17 agosto quando la manovra bis iniziava il suo
 iter al Senato. E’ stato accontentato: se prima l’articolo 8 tanto caro al
 ministro del Welfare Maurizio Sacconi rappresentava un furbo escamotage 
per aggirare l’articolo 18 dello Statuto (che vieta il “licenziamento intimato
senza giusta causa o giustificato motivo”), oggi, con l’approvazione in
commissione Bilancio di due emendamenti della maggioranza, è tutto scritto
 nero su bianco.

Sì perché d’ora in poi i contratti di lavoro potranno essere discussi e firmati anche
 in deroga alle leggi vigenti e soprattutto alle “regolamentazioni contenute nei
contratti collettivi nazionali”. E fra le materie suscettibili “a deroga” ci sono
anche i licenziamenti.
 Ma a chi spetterà l’onere di sottoscrivere questi patti con le aziende? Lo chiarisce un
secondo emendamento accolto dalla commissione parlamentare: alla maggioranza
delle rappresentanze sindacali interne a una determinata ditta, Rsu o Rsa che siano.

In altre parole, con l’accordo dei “suoi” sindacati, l’azienda conquisterà il diritto al
licenziamento facile tranne che l’allontanamento dal posto di lavoro non sia in
contrasto con la Carta costituzionale o vietato da altri “vincoli derivanti dalle
normative comunitarie e dalleconvenzioni internazionali sul lavoro”.
Non è stata toccata invece la parte dell’articolo che vieta i licenziamenti
delle donne in concomitanza di matrimonio e gravidanza.

Durissime le critiche che arrivano da Cgil, Pd e Italia dei Valori. Il segretario generale
Susanna Camusso definisce la legge “anticostituzionale”, una normativa che mira
unicamente a “distruggere l’autonomia del sindacato” e chiama gli italiani a partecipare
in massa allo sciopero generale previsto per martedì prossimo, in concomitanza 
con l’arrivo in Aula della manovra. Antonio Di Pietro parla invece di un governo
che ha in odio i lavoratori, sottolineando come questo articolo non abbia niente a
che vedere con i disastrati conti pubblici “perché non ha ritorni di tipo economico”.
 Al contrario il governo ha sempre sostenuto, fin da tempi non sospetti, almeno dal
2002 quando la Cgil di Sergio Cofferati portò 3 milioni di persone in piazza a difesa
dell’articolo 18, che dare alle aziende la possibilità di licenziare senza troppi problemi
sia uno strumento essenziale per crescita e ripresa economica. Tant’è che la norma è
inserita nel capitolo “sviluppo” della Finanziaria.

Anche il Pd non usa mezzi termini per bocciare l’approvazione degli emendamenti
giudicati una vera e propria “destrutturazione del diritto del lavoro”, come ha detto
Achille Passoni, membro della commissione Lavoro a Palazzo Madama. Il senatore
poi sottolinea il rischio più grave: “Che tre amici al bar si possano mettere
d’accordo con l’imprenditore e stipulare un accordo aziendale, con contenuti devastanti
per tutti i lavoratori”. E cioè il pericolo che, all’interno di una singola azienda, possano
sorgere i cosiddetti “sindacati gialli”, rappresentanze fantoccio create apposta per
firmare accordi di comodo con la proprietà a nome di tutti i dipendenti. Una possibilità
che la Cisl di Raffaele Bonanni esclude a priori: “Solo i sindacati comparativamente
più rappresentativi sul piano nazionale e territoriale possono siglare intese a livello
aziendale”.
 Caustica la replica della Camusso: “Un dirigente sindacale dovrebbe essere in grado di
leggere le carte”.

Tutte critiche che Sacconi rispedisce al mittente. “Non ha senso parlare di libertà
di licenziare”,
si difende il ministro. Ma anche il 14 agosto, quando assieme ai colleghi
Giulio Tremonti Roberto Calderoli illustrava i contenuti della manovra,
il titolare del Welfare giurava che
 l’articolo 18 non sarebbe stato toccato per essere clamorosamente smentito
tre giorni dopo.
Quando una nota diffusa dall’ufficio Studi del Senato mette nero su bianco che
l’articolo 8
della manovra prevede implicitamente la possibilità di derogare le leggi in vigore,
Statuto dei lavoratori compreso. Un parere tecnico e non politico.
E quindi ancora più pesante.