domenica 4 settembre 2011

La manovra deroga l’articolo 18


Gli emendamenti approvati in commissione Bilancio prevedono 
deroghe alle leggi vigenti e ai contratti collettivi nazionali.
Camusso: "Il governo cancella la Costituzione".
Sacconi: "Non ha senso parlare di libertà di licenziare"
“Se la destra intende cancellare lo Statuto dei lavoratori lo dica e non si nasconda
dietro norme implicite”, tuonava Cesare Damiano, responsabile Lavoro
del Partito democratico, il 17 agosto quando la manovra bis iniziava il suo
 iter al Senato. E’ stato accontentato: se prima l’articolo 8 tanto caro al
 ministro del Welfare Maurizio Sacconi rappresentava un furbo escamotage 
per aggirare l’articolo 18 dello Statuto (che vieta il “licenziamento intimato
senza giusta causa o giustificato motivo”), oggi, con l’approvazione in
commissione Bilancio di due emendamenti della maggioranza, è tutto scritto
 nero su bianco.

Sì perché d’ora in poi i contratti di lavoro potranno essere discussi e firmati anche
 in deroga alle leggi vigenti e soprattutto alle “regolamentazioni contenute nei
contratti collettivi nazionali”. E fra le materie suscettibili “a deroga” ci sono
anche i licenziamenti.
 Ma a chi spetterà l’onere di sottoscrivere questi patti con le aziende? Lo chiarisce un
secondo emendamento accolto dalla commissione parlamentare: alla maggioranza
delle rappresentanze sindacali interne a una determinata ditta, Rsu o Rsa che siano.

In altre parole, con l’accordo dei “suoi” sindacati, l’azienda conquisterà il diritto al
licenziamento facile tranne che l’allontanamento dal posto di lavoro non sia in
contrasto con la Carta costituzionale o vietato da altri “vincoli derivanti dalle
normative comunitarie e dalleconvenzioni internazionali sul lavoro”.
Non è stata toccata invece la parte dell’articolo che vieta i licenziamenti
delle donne in concomitanza di matrimonio e gravidanza.

Durissime le critiche che arrivano da Cgil, Pd e Italia dei Valori. Il segretario generale
Susanna Camusso definisce la legge “anticostituzionale”, una normativa che mira
unicamente a “distruggere l’autonomia del sindacato” e chiama gli italiani a partecipare
in massa allo sciopero generale previsto per martedì prossimo, in concomitanza 
con l’arrivo in Aula della manovra. Antonio Di Pietro parla invece di un governo
che ha in odio i lavoratori, sottolineando come questo articolo non abbia niente a
che vedere con i disastrati conti pubblici “perché non ha ritorni di tipo economico”.
 Al contrario il governo ha sempre sostenuto, fin da tempi non sospetti, almeno dal
2002 quando la Cgil di Sergio Cofferati portò 3 milioni di persone in piazza a difesa
dell’articolo 18, che dare alle aziende la possibilità di licenziare senza troppi problemi
sia uno strumento essenziale per crescita e ripresa economica. Tant’è che la norma è
inserita nel capitolo “sviluppo” della Finanziaria.

Anche il Pd non usa mezzi termini per bocciare l’approvazione degli emendamenti
giudicati una vera e propria “destrutturazione del diritto del lavoro”, come ha detto
Achille Passoni, membro della commissione Lavoro a Palazzo Madama. Il senatore
poi sottolinea il rischio più grave: “Che tre amici al bar si possano mettere
d’accordo con l’imprenditore e stipulare un accordo aziendale, con contenuti devastanti
per tutti i lavoratori”. E cioè il pericolo che, all’interno di una singola azienda, possano
sorgere i cosiddetti “sindacati gialli”, rappresentanze fantoccio create apposta per
firmare accordi di comodo con la proprietà a nome di tutti i dipendenti. Una possibilità
che la Cisl di Raffaele Bonanni esclude a priori: “Solo i sindacati comparativamente
più rappresentativi sul piano nazionale e territoriale possono siglare intese a livello
aziendale”.
 Caustica la replica della Camusso: “Un dirigente sindacale dovrebbe essere in grado di
leggere le carte”.

Tutte critiche che Sacconi rispedisce al mittente. “Non ha senso parlare di libertà
di licenziare”,
si difende il ministro. Ma anche il 14 agosto, quando assieme ai colleghi
Giulio Tremonti Roberto Calderoli illustrava i contenuti della manovra,
il titolare del Welfare giurava che
 l’articolo 18 non sarebbe stato toccato per essere clamorosamente smentito
tre giorni dopo.
Quando una nota diffusa dall’ufficio Studi del Senato mette nero su bianco che
l’articolo 8
della manovra prevede implicitamente la possibilità di derogare le leggi in vigore,
Statuto dei lavoratori compreso. Un parere tecnico e non politico.
E quindi ancora più pesante.

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