mercoledì 20 marzo 2013

RICOMINCIAMO

Dobbiamo ricominciare dagli asili, le elementari, le medie e i licei. E' in questi spazi che si coltivano i semi della cultura, della discriminazione, dell'educazione al confronto e al dialogo. Il crollo dell'Italia non è solo economico, è morale, culturale, sociale. E questo declino è iniziato ben prima della crisi. E' cominciato quando abbiamo smesso di pensare. Quando abbiamo abbandonato l'esercizio critico a favore della televisione di massa, dei programmi che anestetizzano giornate faticose piene di corse per dimostrare, competere, comprare e consumare. Quando l'individuo si è staccato dalla comunità, correndo da solo. Difficile, in un paese che non ha lo stesso tessuto collettivo e aggregativo di un'America che insieme all'autonomia sventola bandiere a stelle e strisce fuori dalle mura di casa: la retorica del "Sono orgoglioso di essere americano" di tanti film è semplice, pura realtà. Lo dice una che ci ha vissuto due anni, in America. Il senso di orgoglio cammina al fianco delle spinte competitive e invidualiste. C'è un riconoscersi in pieno nello spazio della loro nazione. Da noi, invece, il crollo progressivo ha soltanto promosso l'individualismo senza però l'azione di contenimento dentro il recinto di un paese in cui ci si riconosce. Lo Stato e il cittadino si sono separati, ogni giorno di più, e così anche il cittadino dal cittadino. A differenza dell'America, o della Francia, il tessuto sociale intorno non ha fatto da paracadute ai crolli. E' così che da molto prima della crisi, ufficialmente iniziata nel 2008 con i subprimes americani, si era avviato un processo di imbarbarimento totale, consumato nell'egoismo, senza lo specchio necessario di un riconoscimento in ampi valori condivisi. Una chiesa sempre più lontana dall'uomo, una politica che ha fatto del furto e della corruzione la sua stessa essenza, un'Italia in cui il senso patriottico è rimasto in mano solo alle frange più estreme di una destra che, nel mondo, osa ancora chiamarsi sociale senza capire che il termine sociale implica l'attenzione per tutto, non solo per quello che, in modo razzista, fa comodo a noi. In questo scenario l'uomo è stato messo contro l'uomo, e contro lo Stato. La crescente lobotomia di massa davanti alla capacità di ascolto, discriminazione, dialettica e dialogo con la propria e l'altrui coscienza ha generato la deriva umanistica in cui ci troviamo. Ed è facile, in un periodo di siccità, appiccare incidenti. Incendi pericolosi, intransigenti e intolleranti come le fiamme che consumano ogni forma di vita. "Solo la bellezza salverà il mondo", scriveva Dostoevskij. Ma quella bellezza, intorno, non c'è più. Non a caso la crisi culturale dell'ultimo decennio, che ha quasi azzerato l'acquisto di libri a favore di cazzeggi notturni sul web, ha tolto l'ultimo argine possibile contro il dilagare di qualunquismi, populismi, fanatismi. Il mondo è diventato, in modo manicheo, sempre più bianco e più nero, dimenticando i pericoli di salvatori eroici che si proclamano unti. 
La crisi italiana è innanzitutto una crisi dell'uomo davanti a se stesso. Solo contro gli altri, incapace di identificarsi nella sua nazione che non indica più percorsi condivisi e condivisibili, flagellato dall'ignoranza che lui stesso ha deciso, ha perso di capire, discernere il mondo che vive dentro e fuori di lui. L'unica salvezza è ricominciare dal futuro. Cioè da bambini. E da loro arrivare ai giovani adulti. E dai giovani adulti arrivare ai grandi. Il processo educativo deve ricominciare da qui. "Non versare il vino nuovo in otri vecchie". Beh, non vado in Chiesa ma è una grande verità. Invece si pretende di buttare via il vecchio con un presunto nuovo che invece è solo l'ennesimo vino versato sopra lo stesso contenitore, vino che si mescolerà inevitabilmente al precedente. Potare i rami secchi per far crescere il nuovo non vuol dire però buttare via in modo acefalo tutto ciò che è venuto prima: molte piante, in primavera, sembrano morte ma in realtà ci sono foglioline nuove e nuove linfe. Buttare via anche quelle sarebbe assurdo. Per fare tutto questo occorre una vera rivoluzione, ma una rivoluzione della coscienza. Queste rivoluzioni non si fanno imbracciando i forconi (anche quelli verbali). Si fanno partendo dall'atteggiamento critico verso se stessi, da un confronto dialettico con la società, dalla comprensione del grado di maturità a cui si è arrivati, delle lacune da colmare per arrivare a una visione attendibile della complessità del reale, in cui vicino ai bianchi e ai neri sfumano i grigi. Diffidando delle scimmie urlatrici, dei puri come cristalli (siamo umani, quindi siamo TUTTI imperfetti e se ci guardiamo bene bene, sul serio, troviamo a volte dentro di noi i semi di quello che combattiamo all'esterno), delle soluzioni radicali. la vita è mediazione, pazienza, educazione. L'Italia va a pezzi perché l'uomo ha perso se stesso, e lo ha perso anni fa. Piano piano, lentamente, ogni giorno. Prima di parlare di decrescite felici, condivisibili, impariamo a far decrescere il nostro ego, il nostro narcisismo, la nostra presunzione. E allora forse, con un po' di umiltà, faremo un passo avanti. Il primo, piccolo passo che ci fa capire che c'è tanto da fare.

Francesca Pacini